Come collaborare col "nemico"

September 8, 2018

Spesso ci si trova a lavorare con persone con le quali non condividiamo lo stile, il pensiero, con le quali non c’è accordo o un piano condiviso; anche nelle situazioni problematiche non c’è l’individuazione di quale sia il reale problema (figuriamoci il vedere una soluzione condivisa!).

Come si può lavorare con chi non la pensa come noi?

Su questa domanda qualche spunto di riflessione ci può venire da Adam Kahane, autore del libro “Collaborating with the Enemy: How to Work With People You Don't Agree With or Like or Trust”. L’autore è considerato uno fra i maggiori negoziatori nella scena internazionale, è un facilitatore di processi attraverso i quali imprese e governi possono collaborare in contesti conflittuali.

Per l’autore, ci sono tre approcci coi quali ci si può relazionare a una situazione conflittuale: “mi adatto”, “lotto”, “collaboro”. Ma spesso collaborare è la scelta che si fa quando le prime 2 non sono praticabili, quando siamo convinti che da soli non potremmo influenzare l’andamento della situazione. Ciò che serve è un “piano non pianificato”, una strategia “mista” una "stretch collaboration", dove noi non siamo l’unico protagonista ma siamo parte del problema e quindi della soluzione. Adam Kahane, per arrivare a formulare questo concetto, parte dal concetto contro-intuitivo che non bisogna andare necessariamente d’accordo per lavorare assieme. Perché controintuitivo? Perché l’accordo non può essere considerato un presupposto a priori ma deve sempre provenire dal contesto. Ci possono essere situazioni dove non ci può essere quel clima di calda collaborazione che si crede di dover per forza trovare, dove non si è coinvolti in sforzi trasversali. Lì il miglior modo di lavorare è quello di abbandonare la presunzione di voler controllare l’altro, convincerlo che il proprio punto di vista è il migliore, altalenando stili sospesi fra il conflitto e la connessione. Ciò che è più difficile è creare quelli che sono terreni condivisi reali sui quali poi “mandare a frutto i semi migliori”. Non necessariamente i miei. Non necessariamente i tuoi. Ma i migliori. Psicologicamente è un passo indietro difficile da fare.

Questa modalità di non controllo ci mostra che non esistono strategie decretabili “a priori”, strade già disegnate per ogni situazione ma sono sentieri che si formano mentre li percorriamo. Ci sono autori che l’hanno definito “un processo emergente, quasi artistico… mentre dipingi il quadro viene fuori”. Non che un artista non abbia né tecnica né un’idea di dove vuole arrivare con la sua opera, ma non sarà mai disegnata nella sua testa così come poi sarà su tela. In questo modo lascerà spazio alle nuove suggestioni che emergono e che la vita gli offre, crescerà insieme alla sua opera piuttosto che eseguirla e basta. Il divenire abili ad affrontare terreni non conosciuti, può essere assimilata alla Negative Capability o “capacità o facoltà negativa”, è una sintetica affermazione di John Keats (1817) con la quale rivendica il diritto dell’arte a conservare un fondamento di dubbio, incertezza ed enigmaticità: “when a man is capable of being in uncertainties, mysteries, doubt, whitout any irritable reaching after fact and reason”.

 

 

 

 

 

(cit: Keats J., 1817; Kahane A., 2017; Montemagno M., 2018)

 

 

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