• d.ssa Pavani

"la mappa non è il territorio"


Le rappresentazioni mentali



Una rappresentazione mentale è un pensiero operato in sostituzione di qualcosa (oggetto, persona o evento) percepito in precedenza, che è la risultante di un processo percettivo e cognitivo in relazione, in una certa misura diretta o elaborata, con lo stimolo percepito. L’oggetto della rappresentazione si presenta come un “insieme complesso di idee, immagini, informazioni, atteggiamenti e valori tenuto insieme da un sistema cognitivo avente una propria logica e un proprio linguaggio” (Grande, 2005) che dipende sia dal soggetto che lo costruisce/esprime, sia dall’oggetto sociale che lo suscita. Il sistema rappresentativo è caratterizzato da tre dimensioni: l’informazione, ovvero le conoscenze possedute sull’oggetto rappresentato; l’atteggiamento, che indica le disposizioni favorevoli o contrarie verso l’oggetto rappresentato; il campo della rappresentazione, cioè la struttura che organizza, articola e dispone gerarchicamente le unità di informazione (Grande, 2005; Moscovici, 1976).

Rappresentare una situazione, per Moscovici (1976), “non vuol dire semplicemente sdoppiarla, ripeterla o riprodurla, vuol dire ricostruirla ritoccarla, cambiarne il testo”. In quanto ri-costruzione, in cui su un’immagine si sovrappone un significato di natura simbolica, va da sé che non potrà essere prodotta una “rappresentazione oggettiva” soprattutto per il fatto che l’individuo non costruisce da zero la realtà, ma subisce una contaminazione anche da parte di elementi/significati che circolano nella sua società e nel suo tempo. Attorno agli “oggetti”, gli individui formeranno delle “idee calde, cariche di significati emozionali” (Gastaldi & Contarello, 2006) e quando la conoscenza sarà elaborata e condivisa collettivamente, attorno a quell’oggetto divenuto sociale, per Moscovici e Farr (1989) si creeranno delle “rappresentazioni sociali” che non sono semplicemente “opinioni su o atteggiamenti verso, ma sono di diritto teorie o branche della conoscenza che vengono usate per la scoperta e l’organizzazione della realtà”. Rendendo familiare ciò che è estraneo o distante dall’esperienza dei membri di un gruppo (Palmonari, Rubini, & Cavazza, 2002) non solo si faciliterà la comunicazione in merito ad una realtà comune, ma il sapere condiviso avrà anche la funzione di guida del comportamento, poiché creerà una relazione tra l’immagine collettiva su di un elemento ed i giudizi e valori collettivi ad esso associati, provocando modificazioni di valori e sentimenti (Palmonari, Rubini, & Cavazza, 2002).

Ogni rappresentazione avrà dunque insita in sé i tratti distintivi del soggetto o del gruppo che la formula oltre a tracce del contesto storico e sociale in cui è inserito (Grande, 2005). Quest’articolazione “dinamica ed evolutiva” (Palmonari, Rubini, & Cavazza, 2002) tra componenti individuali e componenti sociali, mostra la natura sociale e collettiva che gli individui hanno di loro stessi e del modo in cui si porranno nel mondo che li circonda, ma soprattutto evidenzia la pervasività delle rappresentazioni sociali nelle azioni quotidiane. Come riportato da Moscovici (1991), per Simmel (1989) le rappresentazioni “mostrano un potere d’influenza notevole, perché non è più possibile distinguerle dal mondo dell’esperienza collettiva che le reifica. Insinuandosi in tutte le azioni reciproche e le cerchie sociali, diventano il codice genetico […] delle combinazioni successive”.

Dall’affermazione di Jerome Bruner (1957) che “tutta la percezione è necessariamente il prodotto finale di un processo di categorizzazione”, Tajfel, come riportato da Rubini (2003), opera una successiva distinzione fra categorizzazione tout court (raggruppamento di oggetti/eventi per similarità, che permette una riduzione del carico cognitivo) e categorizzazione sociale. Quest’ultima, oltre ad essere caratterizzata dalle funzioni cognitive che regolano i normali processi di classificazione degli stimoli (semplificazione e ordinamento della realtà percepita), è carica di valori sociali che influenzano la divisione dell’ambiente sociale in “noi” e “loro”. Fra gli effetti cognitivi prodotti dalle categorizzazioni sociali, oltre alla semplificazione euristica della realtà, saranno presenti delle distorsioni valutative come: la sovrastima delle differenze intercategoriali (effetto contrasto - noi siamo diversi da loro), l’accentuazione delle somiglianze intracategoriali (effetto assimilazione - loro sono tutti simili), una maggiore variabilità percepita fra i membri dell’ingroup dovuta all’effetto della familiarità e, di conseguenza, la percezione di un’omogeneità nell’outgroup (Rubini, 2003).

La spiegazione che viene ipotizzata da Tajfel (1974) sul comportamento ingroup/outgroup si rifaceva al bisogno degli individui di raggiungere la differenziazione o specificità positiva del proprio gruppo, attraverso la quale derivava la valorizzazione della propria identità sociale. Questi sono gli assunti di base della teoria dell’identità sociale (Tajfel & Turner, 1979) che è definita “motivazionale per il fatto che la forza psicologica che spinge gli individui all’appartenenza ai gruppi sociali è l’enfatizzazione o il mantenimento della stima di sé. Il raggiungimento della specificità positiva del proprio gruppo produce un riverbero positivo sull’immagine di sé” (Rubini, 2003). Per Fiske & Taylor (2009), il fatto che per mantenere alta la propria autostima gli individui ricorreranno alla discriminazione per sentirsi superiori si basa principalmente sul senso comune. Infatti, alcuni autori (Oakes & Turner, 1980; Rubin & Hewstone, 1998) sottolineano che la discriminazione di un gruppo sociale diverso dal proprio possa far aumentare l’autostima “di stato” (un’autovalutazione affettiva temporanea) ma non alteri l’autostima “di tratto” (la visione di sé a lungo termine che la persona detiene).

È proprio slegando l’autostima dalle idee di base della teoria dell’identità sociale, che Turner (1985) formulò la teoria della categorizzazione del Sé, attraverso la quale cercava di dar conto non solo delle differenze percepite bensì dei comportamenti effettivi. Turner sosteneva che le identità sociali sono le responsabili del comportamento intergruppi e ciò è evidente proprio dal fatto che le persone che si identificano in un gruppo si comporteranno in modo coerente con gli altri membri del gruppo. Da un punto di vista cognitivo la teoria mette in risalto che “il Sé non si configura come un’entità fissa ma piuttosto come qualcosa che dipende dal contesto intergruppi saliente” (Fiske & Taylor, 2009), facendo risaltare gli aspetti psicologici dell’appartenenza ad un gruppo, accentuandone quelle caratteristiche prototipiche e stereotipiche che aumentano la percezione di somiglianza fra sé e i membri dell’ingroup.





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Opere citate

Bruner, J. S. (1957). Going beyond the information given. In H. Gruber, & G. Terrel (A cura di), Contemporary approaches to cognition (p. 119-160).

Fiske, S. T., & Taylor, S. E. (2009). Cognizione sociale. Milano: Apogeo.

Gastaldi, A., & Contarello, A. (2006). Una questione di età: rappresentazioni sociali dell'invecchiamento in giovani e anziani. Ricerche di Psicologia(4), 7-35.

Grande, T. (2005). Che cosa sono le rappresentazioni sociali. Roma: Carocci.

Moscovici, S. (1976). La psychanalyse: son image et son public (1979 or. ed.). Paris: PUF.

Moscovici, S. (1991). La fabbrica degli dei. Saggio sulle passioni individuali e collettive. Bologna: il Mulino.

Moscovici, S., & Farr, R. M. (1989). Rappresentazioni sociali. Bologna: il Mulino.

Palmonari, A., Rubini, M., & Cavazza, N. (2002). Psicologia sociale. il Mulino.

Rubini, M. (2003). Henri Tajfel: dai processi di categorizzazione al pregiudizio sociale. In A. Palmonari, & N. Cavazza (A cura di), Ricerche e protagonisti della psicologia sociale (p. 187-214). Bologna: il Mulino.

Simmel, G. (1989). Sociologia. Milano: Edizioni di Comunità.

Tajfel, H. (1974). Intergroup behaviour, social comparison and social change. Unpublisced Katz-Newcomb Lectures, University of Michigan, Ann Arbor.

Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. In W. G. Austin, & S. Worchel (A cura di), The social psychology of intergroup relations. Monterey, CA: Books/Cole.

Turner, J. C. (1985). Social categorization and the self-concept: A social cognitive theory of group behavior. In E. J. Lawler (A cura di), Advances in group processes: Theory and research, 2, 77-122. (Vol. 2, p. 77-121). Greenwich, CT: JAi Press.

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