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Disforia sensibile al rifiuto: quando il rifiuto emotivo diventa intollerabile

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  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 2 giorni fa


Il rifiuto fa male a tutti. Una critica, un’esclusione o una delusione relazionale attivano emozioni spiacevoli che fanno parte dell’esperienza umana. Tuttavia, per alcune persone, anche segnali minimi di disapprovazione possono generare un dolore emotivo intenso, improvviso e difficile da gestire. Questo fenomeno è spesso descritto con il termine Disforia Sensibile al Rifiuto (Rejection Sensitive Dysphoria, RSD).


Che cos’è la disforia sensibile al rifiuto

Non è una diagnosi formale, ma un concetto clinico-descrittivo utilizzato per indicare una marcata vulnerabilità emotiva alle esperienze (reali o percepite) di rifiuto, critica o fallimento. Il termine disforia rimanda a uno stato di sofferenza emotiva acuta, caratterizzato da sentimenti di vergogna, tristezza profonda, rabbia o senso di annientamento personale.

Ciò che distingue la RSD da una normale sensibilità al giudizio altrui è l’intensità sproporzionata della risposta emotiva e la sua rapidità: il dolore emerge quasi istantaneamente e può risultare travolgente.


Come si manifesta

Le persone con disforia sensibile al rifiuto possono sperimentare:

  • reazioni emotive molto intense a critiche lievi o ambigue

  • ruminazione persistente sull’episodio percepito come rifiutante

  • pensieri autosvalutanti (“non valgo nulla”, “sono sbagliato”)

  • rabbia improvvisa verso sé o verso gli altri

  • evitamento delle situazioni sociali, relazionali o prestazionali

  • comportamenti compiacenti o iperadattivi per prevenire il rifiuto

Spesso il rifiuto non è oggettivo: basta una risposta neutra, un silenzio o un cambiamento di tono per attivare una reazione emotiva intensa.


Non è solo bassa autostima

Sebbene sia spesso associata a sentimenti di inadeguatezza, la disforia sensibile al rifiuto non coincide semplicemente con una bassa autostima. Alcune persone con RSD possono apparire competenti, sicure o di successo, ma sperimentare crolli emotivi improvvisi in risposta a feedback negativi.

La differenza cruciale sta nella automaticità e intensità della risposta emotiva, che spesso precede qualsiasi valutazione razionale dell’evento.


Perché il rifiuto è così doloroso?

Dal punto di vista evolutivo, il rifiuto sociale rappresenta una minaccia primaria: l’appartenenza al gruppo è sempre stata fondamentale per la sopravvivenza. Nella disforia sensibile al rifiuto, questo sistema di allarme sembra essere ipersensibile, reagendo come se ogni segnale di disapprovazione mettesse in pericolo il legame e l’identità personale.

Non si tratta quindi di “esagerazione” o fragilità caratteriale, ma di una risposta emotiva amplificata, spesso difficile da modulare.


Cosa può aiutare

Un intervento psicologico mirato può includere:

  • Psicoeducazione, per dare un significato all’esperienza e ridurre l’autocolpevolizzazione

lavoro sulla regolazione emotiva e sulla tolleranza al disagio

  • ristrutturazione cognitiva, per distinguere tra fatti, interpretazioni e paure

  • interventi sugli schemi di vergogna e inadeguatezza

Un aspetto centrale del lavoro clinico è la costruzione di un’alleanza terapeutica sicura: proprio il timore del rifiuto può rendere il percorso terapeutico inizialmente più delicato.






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