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il mito del multitasking

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  • 1 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 29 apr


Per anni ci siamo raccontati che essere multitasking fosse una sorta di superpotere moderno, una competenza indispensabile per stare al passo con un mondo sempre più veloce. L’idea di riuscire a fare più cose contemporaneamente è diventata quasi un simbolo di efficienza, come se la nostra mente potesse funzionare come un computer con finestre aperte ovunque, tutte operative allo stesso tempo. Eppure, quando osserviamo davvero come lavora il cervello umano, scopriamo che questa immagine è più un mito che una realtà. Il nostro sistema cognitivo non è progettato per gestire più attività complesse simultaneamente, e ogni volta che proviamo a farlo ci ritroviamo, senza accorgercene, a pagare un prezzo piuttosto alto.



Quando pensiamo di fare multitasking, in realtà stiamo semplicemente passando da un compito all’altro in rapidissima successione. Questo processo, chiamato task switching, richiede al cervello di disattivare un insieme di circuiti cognitivi e attivarne altri, come se dovesse continuamente cambiare marcia. Ogni cambio comporta un piccolo “reset” mentale, un micro-tempo di riadattamento che, sommato a fine giornata, diventa un costo enorme in termini di energia, attenzione e qualità del lavoro. Non è un caso che, dopo ore passate a saltare tra email, messaggi, notifiche e riunioni, ci si senta esausti anche senza aver concluso molto.

Le ricerche neuroscientifiche confermano questo limite strutturale. Studi condotti negli ultimi anni mostrano che il multitasking riduce la produttività fino al quaranta per cento, un dato che sorprende chi è convinto di “fare di più” proprio grazie alla capacità di gestire più cose insieme. Inoltre, dopo ogni interruzione, servono in media ventitré minuti per recuperare pienamente la concentrazione. È un tempo che spesso ignoriamo, ma che spiega perché, a fine giornata, abbiamo la sensazione di aver lavorato senza sosta pur avendo concluso meno del previsto. Il multitasking compromette anche la memoria di lavoro, quella funzione che ci permette di trattenere e manipolare informazioni nel breve periodo, e aumenta lo stress mentale, con ripercussioni sul benessere psicologico e sulla capacità di prendere decisioni lucide.

Nonostante questi dati, il multitasking continua a essere celebrato come una qualità professionale desiderabile. In molti contesti lavorativi viene quasi richiesto come prova di efficienza, come se la capacità di dividersi tra mille stimoli fosse sinonimo di competenza. Ma la realtà è più complessa. Le persone che si definiscono multitasker abituali ottengono spesso risultati peggiori nei test cognitivi rispetto a chi preferisce concentrarsi su un compito alla volta. Non perché siano meno intelligenti, ma perché il cervello, quando viene costantemente interrotto, perde fluidità, precisione e profondità di elaborazione. È come cercare di leggere un libro mentre qualcuno ci tocca la spalla ogni trenta secondi: si può continuare a leggere, certo, ma la qualità dell’esperienza cambia radicalmente.

Per questo motivo, sempre più studi e professionisti parlano oggi di monotasking consapevole. Non si tratta semplicemente di fare una cosa alla volta, ma di farla con presenza, intenzione e continuità. Il monotasking permette di entrare più facilmente in quello stato di immersione totale che chiamiamo flow, in cui la mente lavora in modo fluido, creativo e concentrato. Quando siamo davvero presenti su un compito, la qualità del lavoro migliora, gli errori diminuiscono e il senso di fatica si riduce. È un modo di lavorare che non solo aumenta l’efficienza, ma protegge anche la salute mentale, perché riduce la frammentazione dell’attenzione e il sovraccarico cognitivo.

Adottare il monotasking richiede però un cambiamento culturale e personale. Significa imparare a proteggere il proprio tempo, a creare spazi senza distrazioni, a spegnere notifiche che interrompono continuamente il flusso, a concedersi pause regolari per ricaricare l’attenzione. Significa anche accettare che non possiamo essere ovunque, rispondere a tutto, controllare tutto nello stesso momento. È un atto di cura verso la propria mente, un modo per restituirle la possibilità di lavorare come è progettata per fare: con profondità, non con dispersione.

In definitiva, il multitasking non è un superpotere, ma un’abitudine inefficace che spesso ci sabota senza che ce ne rendiamo conto. Scegliere il monotasking consapevole non è un passo indietro rispetto alle richieste del mondo moderno, ma un passo avanti verso un modo di lavorare più umano, più sostenibile e più rispettoso dei nostri limiti cognitivi. È un invito a recuperare la qualità al posto della quantità, la presenza al posto della frammentazione, la lucidità al posto della corsa continua.






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